Centralismo, autonomia e responsabilità personale

Ieri sera, dopo poche ore dalla conclusione della conferenza stampa del Presidente del Consiglio, mentre la Gazzetta Ufficiale, in contemporanea, pubblicava il decreto legge n.33, si è appreso di un improvviso contrasto tra il Governo e le Regioni che faceva presagire situazioni di conflitti e di sospetti.

Qualcuno ha persino avanzato l’ipotesi dell’approvazione di un testo diverso da quello concordato. Ma ciò di cui si aveva certezza era il clima di tensione tale da richiedere una convocazione immediata e notturna del tavolo per il confronto.

Eppure il decreto legge era stato annunciato con enfasi come una vittoria delle Regioni sul Governo, grazie a quel comma 14 dell’articolo 2 che, per la prima volta, in modo esplicito, affermava che “le attività economiche, produttive e sociali devono svolgersi nel rispetto dei contenuti dei protocolli adottati dalle Regioni o dalla Conferenza delle Regioni”. Un’altra importante novità è contenuta nel successivo comma 16 prescrivendo che le regioni possano introdurre “misure derogatorie, ampliative o restrittive, rispetto a quelle disposte a livello nazionale”.

In qualche modo si tratta di una presa d’atto della differenza di propagazione del virus nel nostro Paese e il riconoscimento dell’esigenza di differenziare i livelli di protezione, in relazione alle caratteristiche e alle specificità dei territori.

Questa però che poteva essere una importante occasione per l’esercizio delle autonomie regionali e locali, ha subito rivelato l’altra faccia della medaglia: la responsabilità.

E’ facile fare il controcanto a chiunque governi, invocando maggiori spazi decisionali, ma il governo del territorio non si può risolvere soltanto nella semplice contesa politica o nella individuazione di esperti, sempre più numerosi, sempre più costosi e sempre più litigiosi.

Tutto il Paese avverte l’esigenza di rimettersi in moto. Ma chi è disposto a dichiarare l’apertura di ogni attività dovendo rispondere nel caso in cui il contagio si propaghi?

E poiché questo strano virus sembra non assecondare le previsioni degli esperti e nemmeno quelle dei complottisti, nessuno è ancora in grado di capire realmente che cosa lo rallenti e che cosa lo diffonda. Quindi non si è in grado di definire una vera strategia di profilassi e prevenzione e probabilmente nemmeno di cura. Basti pensare che le uniche prescrizioni che vengono somministrate nei moderni protocolli, non si discostano da quelle narrate da Tucidite nel 430 a.C. quando, nella guerra del Peloponneso, una volta diffusa la peste, gli esperti del tempo consigliarono ai soldati e alle popolazioni di riparare le vie respiratorie e mantenersi a distanza. Proprio come accade oggi.

Ma c’è una differenza sostanziale rispetto a quel tempo. Si prendevano le dovute precauzioni, a livello personale e sociale, ma nessuno poteva sentirsi responsabile della propagazione di qualcosa di cui non si conosceva l’origine, la forma e la possibilità di contagi. Oggi, invece, si ha la pretesa di controllare ogni cosa, si manifesta profonda esperienza anche di ciò che non si conosce e si pretende di risolvere tutto con i protocolli e procedure che, probabilmente non risolvono, ma hanno lo scopo di individuare sempre un responsabile, anche se si tratta di un’alluvione o di un terremoto.

E’ proprio questo il nocciolo della questione: il Governo non vuole apparire come l’organo che blocca il Paese, ma nemmeno come quello che sottovaluta il rischio dell’apertura delle attività; le Regioni vogliono dare voce alle imprese del territorio che spingono verso l’apertura, ma non hanno alcuna intenzione di essere accusate di un’eventuale ripresa del contagio; le imprese hanno la necessità di riprendere, ma dovrebbero farlo tenendo in conto minori guadagni, con il rischio di pesanti multe in caso di violazione delle distanze (come è già successo) e con l’eventuale responsabilità nel caso di contagio tra i dipendenti o i clienti.

Nel difficile equilibrio tra l’esigenza di riprendere e la paura di riaprire non possono essere il Governo o le Regioni a dovere rispondere delle conseguenze, né possono continuare a elargire somme finanziate con il debito pubblico.

Può sembrare banale o persino azzardato, ma probabilmente ciò che serve è il rafforzamento della responsabilità personale riducendo al minimo la possibilità di rivalersi su qualcuno in caso di contagio, solo nel caso di palese e intenzionale violazione delle disposizioni.

Altrimenti rischiamo che più della paura del contagio prevarrà quella, già molto diffusa, delle responsabilità. Con il risultato di fermare ogni iniziativa, giusto adesso che dovemmo dedicarci alla ripresa.

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