Il rapporto tra politica e gestione dopo l’emergenza*

E’ indiscusso che l’emergenza COVID 19 abbia modificato sostanzialmente le modalità organizzative e di funzionamento degli enti locali, anche fino al punto da richiedere una ridefinizione dei ruoli. Tra tutte le amministrazioni, gli Enti locali sono stati quelli maggiormente interessati dalla gestione “sociale” del fenomeno e qualche volta anche “politica” o “sindacale”, richiedendo di assicurare, nello stesso tempo, la continuità nella prestazione dei servizi e l’obbligo di ridurre al minimo la presenza dei dipendenti nei luoghi di lavoro.

Tutto ciò è accaduto con la inevitabile confusione derivante da un’emergenza dalle proporzioni e dagli effetti imprevedibili che ha causato la produzione di provvedimenti normativi frettolosi e non sempre coerenti.

E’ in questo contesto che gli Enti locali hanno dovuto ripensare la propria organizzazione, sia con riferimento ai ruoli, sia per gli aspetti che attengono alle modalità di erogazione delle prestazioni, oltre che nel rapporto con i cittadini.

Quest’ultimo, peraltro, al netto di qualche eccesso di personalismo, è stato caratterizzato dalla vigilanza sull’attuazione delle norme e delle disposizioni governative, essendo sospesa l’erogazione dei servizi. Gli altri aspetti, quelli relativi alla gestione, invece, hanno evidenziato una atavica complessità delle pubbliche amministrazioni italiane: il deficit di direzione.

Siamo abituati a pensare alle organizzazioni pubbliche come a un insieme di complessità irrisolte, ma senza alcuna reale intenzione di risolverle, nel quale ciascun ruolo, di volta in volta, trova la propria collocazione, attraverso sistemi di mediazione percorsi all’interno del labirinto delle relazioni, degli interessi e delle posizioni. Si tratta di un “modello organizzativo” affidato al buon senso dei singoli o meglio all’equilibrio di ogni contesto che, laddove non prevalgono le regole, prevale chi ha più forza. E per “forza” non si intende quella fisica, né necessariamente quella dettata dalla prepotenza, quanto dalla risultante di dinamiche spontanee, ma determinate, ciascuna delle quali è orientata a conseguire un proprio interesse personale o di parte.

Sono diverse le situazioni nelle quali si ha la sensazione di rilevare che in alcuni enti non vi è una reale “direzione” perché chi ha la responsabilità di vertice non è interessato a guidarli o non riesce a farlo, pur volendolo, a causa di dinamiche complesse e di resistenza che non consentono di esercitare una vera funzione di direzione.

Negli enti locali la questione è ancora più complessa, sia per la presenza di diverse apicalità, ciascuna delle quali ritiene di disporre di ambiti di assoluta autonomia, sia per il costante condizionamento esterno determinato da pressioni ambientali o da vincoli e adempimenti di istituzioni a cui è riconosciuto un potere sanzionatorio. Sono queste le condizioni in cui agisce chi si trova a dirigere un ente locale, la cui complessità emerge tutta, proprio in occasione della recente emergenza.

La riduzione del numero dei dipendenti su cui dover contare, l’immediatezza delle decisioni da assumere, l’elevata responsabilità riguardo alle scelte adottate, l’uso dello smart working, hanno costretto ogni ente a rivalutare l’esigenza di definire ruoli e competenze in funzione della realizzazione concreta di compiti e adempimenti. La direzione dell’ente, dunque, da posizione, tra le posizioni, all’interno del sistema è divenuta il ruolo cardine a cui è affidato il compito di guidare l’ente in ogni sua scelta, anche la più minuta.

La recente direttiva n.3/2020 del Ministro della Pubblica Amministrazione evidenzia la necessità di una migrazione graduale da uno stato di emergenza verso una nuova normalità che richiede la piena consapevolezza di ciò che è necessario attivare in presenza e ciò che può essere svolto con modalità remote.

E la questione, una volta superata la fase della chiusura totale (i cui problemi gestionali e amministrativi, prima o poi emergeranno) richiede, adesso, l’assunzione di scelte per le quali è necessario il coinvolgimento di tutte le componenti dell’ente locale (che non sono due): la politica, la gestione e il segretario comunale.

Chi riveste un ruolo politico dovrà risolvere il problema della propria appartenenza e decidere se riveste un ruolo al servizio della città e del territorio o semplicemente una funzione di mediazione tra gli interessi in gioco o peggio, di sottomissione a una parte specifica, sia essa di partito che di altre appartenenze. Con questo non si vuole assolutamente affermare che non vi siano sindaci o amministratori al servizio della propria città e in buona fede, ma questi sono proprio quelli a cui si chiede il prezzo più alto in termini di isolamento politico e istituzionale e persino di controversie giudiziarie, anche pretestuose. Sappiamo bene che è più facile la vita di un sindaco che non rompe gli equilibri, che accontenta chi ha più potere politico e sindacale e si accoda alle indicazioni dei personaggi locali influenti. E sappiamo bene che in diverse occasioni vengono scelti proprio per assicurare tutto ciò. Ma oggi, mentre stiamo provando a uscire dall’emergenza, si ha bisogno di una riscoperta del ruolo politico negli enti locali che deve caratterizzarsi per la capacità di progettare un “nuova normalità” e indicare agli uffici gli indirizzi per la realizzazione dei propri “obiettivi”. Certamente non è una novità prevedere che la politica programmi, ma adesso, finalmente, soffocati dalle diverse emergenze, si potranno abbandonare i soliti “obiettivi sfidanti” che non hanno mai portato alcun beneficio alle pubbliche amministrazioni, sommerse dal peso di ciò che è “ordinario” e potrà farlo con sistemi di programmazione a breve termine e con un monitoraggio pressante sullo stato di attuazione.

Anche la componente gestionale, quella che viene chiamata “tecnica” dovrà cambiare registro. Abituata a rivendicare “separazione” dalla politica e autonomia di azione, dovrà ritrovarsi nelle priorità che la politica individua assicurando di realizzarle nel rispetto delle previsioni. E dovrà fare qualche passo indietro sul fronte delle solite pretese, che anche in tempi di normalità trovavano scarsa giustificazione. Le pubbliche amministrazioni, infatti, sono chiamate a manifestare in pieno la loro funzionalità e utilità per rispondere ai bisogni diffusi, altrimenti, come ha già evidenziato qualche magistrato esperto, si correrà il rischio di fare indirizzare le istanze sociali a quegli ambiti criminali che sanno come fornire con immediatezza ciò che serve, accrescendo così il proprio potere. Ai dirigenti è richiesta maggiore consapevolezza e la ricerca del dialogo con gli organi di direzione politica, anche con la costante presentazione degli stati di avanzamento o delle situazioni che impediscono di agire, proprio per maturare una piena conoscenza del contesto in cui si opera.

La figura del segretario comunale, in questo particolare momento riveste un ruolo strategico, di raccordo tra la componente politica e quella gestionale, più che in passato. L’ente locale, infatti, a causa della difficoltà di acquisire risorse, dell’accresciuta pressione dei bisogni sociali e delle complessità dei meccanismi di decisione emergenziali, spetta al segretario comunale il compito del facilitatore, sia nella individuazione delle azioni da intraprendere e della soluzione alle complessità burocratiche, sia nella promozione di un dialogo costante tra politica e gestione.

E’ vero che la funzione di indirizzo compete alla politica e quella di attuazione alla gestione, ma l’esperienza dimostra che tutto ciò funziona solo quando il segretario comunale prende in mano le redini degli strumenti di programmazione, con atteggiamento “maieutico”, portando tutte le componenti dell’ente a definire le priorità e le linee di azione.

Questa emergenza può essere una buona occasione per ricostruire la “governance interna” puntando sulla condivisione delle iniziative da adottare, per fronteggiare i problemi che non riguarderanno soltanto la salute pubblica, ma la tenuta sociale e la capacità di ricostruire il tessuto produttivo e territoriale, in assenza del quale l’ente locale non ha ragione di esistere.

*) articolo scritto per www.lapostadelsindaco.it

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