01. Le competenze dell’efficacia personale

“Conosci te stesso” è la scritta che campeggiava sul pronao del tempio del Dio Apollo a Delfi. Quella frase rappresenta, da sempre, la base di partenza del pensiero umano. Analogamente Daniel Goleman, cita la “conoscenza di sé” come competenza primaria all’interno di ciò che lo stesso autore definisce come “intelligenza emotiva”. Se si vuole conoscere il mondo, non basta l’uso razionale dell’intelletto. Bisogna cominciare con la disponibilità a conoscere sé stessi.

La conoscenza di sé, dunque, è un punto di partenza per qualsiasi azione, sia personale che organizzativa. Ed è il primo stadio che può assicurare la riuscita (o come si dice: il successo) dei progetti in cui si è impegnati. È evidente, come dimostra Albert Bandura, che una persona “autoefficace”, ha maggiori possibilità di conseguire i risultati attesi. E questo vale anche in un contesto organizzativo. C’è, infatti, uno stretto legame tra individuo e organizzazione. Ma non si tratta di un meccanismo automatico che porta le persone “autoefficaci” direttamente verso il successo collettivo. Le dinamiche organizzative, del rapporto con gli altri, infatti, sono molto più complesse di quelle individuali, rispetto al semplice “rapporto con sé stesso”.

Come se si trattasse di un “sé diverso”, chi guida o partecipa a una organizzazione ha necessità di sviluppare alcune specifiche competenze di cui non avrebbe bisogno se operasse in solitudine.

Il tema delle competenze e delle attitudini richieste a ogni individuo è oggetto di ricerche infinite da sempre, nella convinzione che esse esprimano le parti di cui si compone ogni persona, con riferimento al suo agire. E molto spesso si è preteso di riuscire, in questo modo, a determinare specifici comportamenti o a finalizzare le competenze ritenute utili.

In proposito è nota la tripartizione delle competenze in: Sapere, saper fare e saper essere.

La prima (il sapere) riferita al patrimonio delle conoscenze; la seconda (il saper fare) riferita alle abilità di tipo operativo; la terza (il saper essere) riferita al comportamento e agli atteggiamenti che Spencer distingueva in “autostima”, “tratto” e “motivazione”.

Lo stesso autore definisce la competenza come “la caratteristica intrinseca individuale che è causalmente collegata a una performance efficace/superiore in una mansione o in una situazione e che è misurata sulla base di un criterio prestabilito”.

In verità questa definizione tradisce una visione deterministica del comportamento umano, tipica della scienza manageriale e finalizzata alla “performance” che, in quanto tale, deve essere misurabile, efficace, rilevabile e persino “smart”.

Forse non tutti sanno che il termine “smart”, oltre al significato letterale (in inglese vuol dire intelligente o brillante), in perfetto stile anglosassone, è l’acronimo di cinque caratteristiche richieste alla performance: specifica, misurabile, attendibile, rilevante e “time-based”, cioè temporalmente definita.

E’ evidente che si tratta di una bella trovata e di una semplificazione che, però, più di qualcuno, ha preso sul serio credendo che ogni persona debba essere in grado di assicurare quelle caratteristiche, come se tutto ciò che accade sotto il cielo sia rilevabile, misurabile e smart.

Certamente, però, non possiamo trascurare il fatto che ogni attività umana è condizionata dalla presenza o dalla assenza di competenze, da cui dipende l’efficacia delle nostre azioni. Ciò dovrebbe farci abbandonare il convincimento opposto rispetto al determinismo, per il quale ogni situazione si possa affrontare con la semplice esperienza o con l’intuito.

In un mondo sempre più complesso e determinato da interazioni, è necessario avere la consapevolezza della necessità di avere la “competenza adeguata” per affrontare le situazioni che di volta in volta di presentano.

Sia chiaro che ogni ragionamento al riguardo sconta la presunzione di volere azzardare una definizione semplificata di una realtà complessa quale è “la persona umana”. L’approccio migliore, quindi, è sicuramente quello che tiene conto della complessità della persona umana e delle sue relazioni con il contesto. Ma non si può trascurare la necessità di un metodo di osservazione che possa aiutare nella comprensione delle situazioni personali e interpersonali.

Viene quindi da chiedersi: quali sono gli ambiti di competenza richiesti a un soggetto, già nell’ambito della “efficacia personale”, cioè, ancora prima di fare parte di una organizzazione qualsiasi?

Una modalità utile e funzionale è quella di adottare delle “prospettive di osservazione”, che non possono essere intese come vere e proprie competenze (perché no?), ma che rendono perfettamente l’idea di quegli aspetti che si rivelano di particolare importanza che certamente condizionano. Vediamone alcune.

1) La gestione del tempo personale

Sarebbe sufficiente richiamare l’invito di Seneca nelle sue lettere a Lucillo per comprendere come il tempo non viene considerato per il valore che ha realmente, nella convinzione che ci accompagni per sempre e allo stesso modo. Seneca afferma che “della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell’agire diversamente dal dovuto”.

E’ probabile che l’affermazione del filosofo romano sia considerata eccessiva, ma non possiamo negare che la modalità di gestione del tempo esprime la nostra interpretazione del quotidiano. E’ certamente errato pretendere che possa essere definita a priori o sempre uguale, ma non possiamo trascurare che da come gestiamo il nostro tempo si comprende molto del nostro stato d’animo. Certamente c’è una parte di tempo dedicata ai bisogni primari personali, che non può essere trascurata, ma la scelta sull’utilizzo della parte restante, esprime, inevitabilmente ciò che ci “occupa”.

Il termine non è scelto a caso. Si tratta infatti di ciò che entra nella nostra vita e si accomoda, prendendo quello spazio che noi gli lasciamo, sia in modo spontaneo, sia in modo obbligato.

E’ proprio quest’ultimo un importante discrimine: la dimensione di quanto viene fatto per una nostra scelta e quanto, invece, perché condizionati da situazioni esterne.

Sia chiaro, però, che non si tratta di contrapporre sé al mondo esterno. La scelta di un genitore di occuparsi del figlio (e viceversa) non può considerarsi come una modalità di utilizzare il tempo in modo “estraneo”. Sarebbe egoistico, infatti, pensare che ciò che non ci riguarda direttamente esuli da noi.

Qui risiede la chiave per l’interpretazione della nostra gestione del tempo: nella scelta di ciò che vogliamo avvertire come “parte di noi” fino al punto da dedicarvi ciò che conta di più: il nostro tempo.

2) il rapporto con le paure.

Il dizionario Treccani definisce la paura come “stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso: più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso, che si manifesta anche con reazioni fisiche, quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente”.

Certamente si tratta di una condizione emotiva con la quale tutti facciamo i conti, in modo diverso e mai definitivo: ci sono paure che emergono improvvisamente, altre che svaniscono, altre ancora che ritornano.

Sembra paradossale, ma le paure sono ciò che determina ogni nostra azione. Se queste infatti esprimono una situazione di pericolo (reale o immaginario), è naturale che il comportamento umano sia conseguentemente finalizzato all’adozione di scelte dirette a “rassicurarci” o “difenderci” o nei casi peggiori ad “attaccare”.

Può essere la paura di essere esclusi che può indurre a relazionarsi; la paura di non sapere abbastanza che può indurre a studiare; la paura di causare un incidente che può indurci a guidare con prudenza. Ma i consigli dettati dalla paura non sono sempre positivi. Per esempio: la paura che un collega voglia prendere il nostro posto, può indurci a intrattenere relazioni poco sincere o persino vendicative; la paura di essere costantemente giudicati può spingerci verso la difesa costante o le chiarificazioni lunghe e oziose; la paura di non essere capaci può indurci a preparaci, ma può anche indurci a contrastare chi è capace.

Se dovessimo definire una competenza specifica, dovrebbe essere la capacità di gestire le proprie paure. E’ proprio questo che determina il nostro modo di essere: chi non sa nuotare può decidere di privarsi di una bella giornata sulla spiaggia o persino affermare, convinto, che il mare non abbia alcun fascino, altrimenti può, semplicemente, decidere di imparare a nuotare e allargare i propri “orizzonti vitali”.

Il modo migliore di gestire le proprie paure, infatti, è quello di accorgersene e provare a comprendere quale ne sia la radice. Nella maggior parte dei casi, già questa disponibilità aiuta a liberarsene o a saperci convivere.

3) La scelta delle priorità.

E’ certamente una “competenza” che possiamo definire come “divisiva” o persino “conflittuale” quando si entra il relazione. La scelta di come trascorrere il tempo è ciò che caratterizza ciascuno di noi. E’ ciò che definisce l’orientamento dell’attenzione di ciascun individuo. Per fare un esempio: c’è chi ritiene prioritario mettere in ordine prima di uscire e chi, invece, considera che il divertimento venga al primo posto. In questo caso non siamo di fronte ad atteggiamenti che possono essere liquidati in modo semplicistico come “giusto” o “sbagliato”. Si tratta di due prospettive diverse, la cui diversità consiste proprio nel valore diverso che viene attribuito alle situazioni. Non c’è quindi la possibilità di una parametrazione che possa restituirci il giusto grado. In un ambiente caratterizzato da emergenze costanti, l’attenzione all’ordine può essere un ostacolo. Ma è anche vero che, molto spesso, l’emergenza è determinata dalla mancanza di ordine.

La “priorità” è determinata da ciascuno in relazione alla propria percezione dei “bisogni” da soddisfare, cioè sulla base di ciò che fornisce una giusta “motivazione”, intesa come spinta a fare quella determinata azione.

L’argomento è stato trattato in modo ampio e approfondito da studiosi importanti come Maslow, Herzberg e altri, noti come “motivazionalisti”.

La priorità delle nostre azioni, infatti, è determinata dai bisogni che avvertiamo. Ma ciò non è sempre condivisibile con tutti e non è nemmeno costante in ogni individuo. Basti pensare che la priorità di mangiare viene avvertita in certi momenti della giornata, fino a determinare la nostra azione e una volta appagata, ci sembra definitivamente risolta, finché non si ripresenta, come è prevedibile.

Possiamo affermare che le persone si distinguono dai bisogni che avvertono, quindi dalla propria scala di priorità.

Anche in questo caso non si può disconoscere l’importanza di questa “competenza” che può essere addomesticata attraverso una guida in direzione dei bisogni “giusti”. Ma nella consapevolezza che ciò che è “giusto” è relativo al contesto e all’individuo.

E’ in questo ambito che si può manifestare la cosiddetta “dissonanza cognitiva”, cioè la profonda differenza di percezioni che può spingere alla mancanza di comprensione reciproca o persino al conflitto.

4) il senso del dovere

Sono diverse le correnti psicologiche che si prefiggono di liberare le persone dal “senso del dovere”, come se si trattasse di un’oppressione. Se il “dovere” è inteso come “obbligazione” sociale o relazione, è da intendersi come il primo passo verso una gestione ordinata delle relazioni. Il senso del dovere, quando diventa “tradizione” ha lo scopo di facilitare le relazioni umane. E’ probabile che sia il senso del dovere che ci porti a rispettare l’impegno di prendere il caffè con i soliti colleghi, ma ciò ha lo scopo di mantenere vive le relazioni mettendoci al riparo dagli umori dettati dalla situazione emotiva.

Si tratta di una “competenza” che ha lo scopo di intervenire tutte quelle volte che ci troviamo di fronte a qualcosa che non siamo portati a fare spontaneamente o per interesse personale, ma che riveste un valore “etico” che può essere personale o condiviso.

E’ il senso del dovere che ci mette in ordine, nel rapporto con gli altri, attribuendo la giusta importanza a ciò che è “oltre l’interesse personale”.

In un’epoca caratterizzata dall’edonismo può sembrare inopportuno rievocare il termine “dovere”, ma è proprio per contrastare il personalismo che c’è bisogno di rafforzare questa “competenza” che consiste nel riconoscersi obbligati nei confronti delle aspettative esterne.

5) la disponibilità all’ascolto

“Il primo semplice sentimento che vorrei condividere con voi è la gioia che provo quando posso realmente ascoltare qualcuno”. E’ quanto afferma lo psicologo americano Carl Rogers che rivela come l’ascolto rappresenti la prima e più importante esperienza umana. Ascoltare ed essere ascoltati fa parte del “cibo” di cui abbiamo costantemente bisogno per sentirci presenti e protagonisti nel mondo in cui viviamo. Abbiamo bisogno di ascoltare e di essere ascoltati. Si tratta di attività basilari su cui si fonda un sistema di relazione che possa dirsi equilibrato.

Chi è disponibile all’ascolto ha il vantaggio di potere contare su altri punti di vista, su di un numero spropositato di informazioni, su prospettive diverse che non potrebbe mai acquisire da solo. Chi non ha interesse ad ascoltare evidenzia la scelta di contare solo su se stesso, sulle proprie percezioni e sulle proprie capacità.

Certamente è necessario sapere filtrare le informazioni e selezionare gli interlocutori, per evitare di scadere in conversazioni oziose e superficiali, ma è una manifestazione di grave presunzione ritenere, pregiudizialmente, di non dovere ascoltare o di pretendere di non avere nulla da imparare.

E’ l’ascolto, inteso non solo con riferimento alle conversazioni, ma anche riguardo alle indicazioni, scritte o verbali che possano pervenire, che arricchisce il bagaglio culturale di ciascuno e aiuta perfino a renderci maggiormente consapevoli delle scelte adottate.

In questo caso, un buon utilizzo di questa “competenza” può consistere nella scelta delle persone da ascoltare, ma è più interessante sapere guidare gli interlocutori verso una modalità che sappia fare ricorso ad argomentazioni adeguate.

(la foto utilizzata è tratta da www.affaritaliani.it)