I rischi della “percezione della corruzione”

E’ stata presentata come un successo, ripetuta in ogni convegno e persino riportata nella Relazione annuale del Presidente dell’Autorità, la “notizia” diffusa da Trasparency International che attribuisce all’Italia un “miglioramento” nella percezione della corruzione.

Lo studio reca testualmente: “Quest’anno, l’Indice di Percezione della Corruzione vede l’Italia al 53° posto nel mondo su 180  Paesi, con un punteggio di 52 su 100. Conferma quindi il trend in lenta crescita del nostro Paese nella classifica globale e lo stesso vale per la classifica europea, dove ci allontaniamo dagli ultimi posti.”

L’analisi è stata ottenuta mediante l’utilizzo del CPI che viene illustrato testualmente così: “L’indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International misura la percezione della corruzione nel settore pubblico e nella politica in numerosi Paesi di tutto il mondo. Lo fa basandosi sull’opinione di esperti e assegnando una valutazione che va da 0, per i Paesi ritenuti molto corrotti, a 100, per quelli “puliti”. La metodologia cambia ogni anno per riuscire a dare uno spaccato sempre più attendibile delle realtà locali.”

E’ bastato questo “risultato” (fondato sulla opinione di “esperti” e con metodologia diversa, anno per anno) per lanciare affermazioni di entusiasmo e per trovare conferme alle iniziative intraprese. Pochi si sono accorti che, con riferimento allo stesso periodo, la Guardia di Finanza, pubblicava un report che, basandosi su dati reali (non su percezioni di esperti) lanciava un grido di allarme a causa dell’incremento dei casi di corruzione nel nostro Paese.

A dire il vero non era necessario quest’ultimo studio. Basti pensare che in concomitanza con la pubblicazione della Relazione annuale che citava lo “studio” di Trasparency, si apprendeva dalle cronache della vicenda di Consip, dell’appalto per lo stadio di Roma, degli avvisi di garanzia a Rettori di importanti università italiane (alcune della quali hanno collaborato con la stessa Autorità nella fase di analisi dei dati), dello scandalo che ha investito alcuni magistrati del Consiglio di Stato, ecc.

Ma tutto ciò non è stato sufficiente per avviare una seria riflessione sugli esiti della ricerca e affrontare il fenomeno in modo più serio e professionalmente accorto, come sarebbe opportuno, sia per il riguardo che si deve alle istituzioni, sia per la gravità della situazione.

Riguardo allo studio di Trasparency c’è da osservare che sorprende l’attribuzione di scientificità a un’indagine condotta “tra gli esperti”, il cui campione, nessuno statistico potrebbe ritenere rappresentativo. Ma sarebbe proprio qualsiasi statistico a inorridire nel vedere il confronto tra due anni i cui risultati sono ottenuti utilizzando metodi diversi.

Si rileva, inoltre, un altro aspetto che desta curiosità: La legge anticorruzione italiana porta la data del 6 novembre 2012 e il primo Piano nazionale anticorruzione (che ha determinato l’introduzione di un nuovo metodo nella prevenzione della corruzione) risale al 2013. Viene dunque da chiedersi come mai, piuttosto che presentare il “presunto successo” come esito del complessivo intervento conseguente all’approvazione della norma (quindi dal 2012), viene invece annunciato come successo di “chi” si è insediato dal 2014.

Questa certamente è una caduta di stile e una grave gaffe che oltre a dimostrare un atteggiamento poco elegante e affatto rispettoso delle istituzioni (e più attento alla esaltazione delle persone) manifesta una ingiustificata scarsa considerazione nei confronti di chi (già dal 4 maggio 2010, data di presentazione del disegno di legge) con ruoli diversi, ha lavorato per la costruzione di un sistema di prevenzione della corruzione.

Ma c’è un aspetto che appare ancora più preoccupante ed è la singolare scelta di attribuire successo al sistema di prevenzione della corruzione, come se le istituzioni pubbliche, anche nelle azioni di contrasto al crimine, dovessero raccogliere consenso, a dispetto della realtà, al pari dei partiti politici, ignorando l’incremento reale del fenomeno ed enfatizzando oltremodo quell’indice di “percezione”.

Sorprende perchè, in un contesto in cui il fenomeno corruttivo cresce in modo allarmante, registrare che ciò non viene “avvertito” come grave, equivale al riconoscimento che nel sistema sociale la corruzione è così intesa e “normalizzata” da non essere più percepita.

Per fare un esempio, è come se in quartiere criminale chiedessimo agli abitanti se loro avvertono la presenza del crimine. In quel caso c’è il rischio reale che ritengano tutto in ordine finché non arrivi la polizia a turbarlo.

Ebbene, il “miglioramento nella percezione della corruzione” non è affatto un successo, ma è un dato particolarmente allarmante. E dispiace che di ciò non si accorga chi dovrebbe tutelarci.

C’è da augurarsi che l’Autorità (il cui compito è contrastare il fenomeno, non quello di non farlo percepire) intraprenda un’azione di contrasto effettivo al fenomeno corruttivo, a fianco delle istituzioni che l’avvertono (e come!) ogni giorno e non pensi che la soluzione possa venire dalla “riduzione della percezione”, cioè della assuefazione.

Ma ciò è possibile soltanto con una visione unitaria del sistema amministrativo, al riparo dalle tentazioni di protagonismo solitario o di posizionamento politico. E soprattutto con l’interesse superiore della promozione dalla “buona amministrazione” che non è quella che fa buone procedure, ma che consegue buoni risultati.

sito di Trasparency international

articolo sul report della Guardia di Finanza