prima le persone o l’organizzazione ?

Mi viene in mente un ingegnere che dopo aver consegnato il suo lavoro e avere verificato che non portava i risultati sperati, se ne uscì affermando: “la procedura è fatta bene. È la gente che è sbagliata” 

Certamente, da un punto di vista teorico, nel rispetto dei manuali universitari il modello organizzativo che aveva proposto e le procedure annesse potevano considerarsi perfetti. Il lavoro consegnato avrebbe soddisfatto qualunque professore che avrebbe riconosciuto un punteggio elevato: c’era una completa analisi organizzativa, la rilevazione dei profili e delle skills, l’elencazione di algoritmi e indicatori. Il tutto era perfetto, ma trascurava il fatto che dovesse essere applicato in modo funzionale. L’incarico affidato, infatti, non consisteva in un compito in classe ma nella ricerca di soluzioni capaci di ottimizzare le risorse esistenti e di crearne un sistema produttivo. Sono troppe le circostanze in cui chi viene chiamato ad organizzare, piuttosto che partire dal contesto e dalle sue caratteristiche comincia con l’imporre modelli teorici, per poi generare situazioni di rigetto, la cui colpa viene attribuita, non al progettista incapace, ma al contesto inadeguato. 

Mi è capitato, una volta, di sentirmi rivolgere un’accusa: quella di proporre soluzioni organizzative, partendo dalle persone, piuttosto che riferiti a modelli classici. 

È probabile che questa divergenza di approccio segni la differenza sostanziale tra due modi di intendere l’organizzazione: da una parte la prospettiva di chi pretende di trasformare la realtà in teoria, fino alla frustrazione degli operatori che, con tutto il loro impegno non riescono ad essere simili a quelli illustrati nei manuali; dall’altra la prospettiva che potremmo definire pragmatica che prende come punto di partenza il contesto allo scopo di creare un sistema con  valori che sia capace di esprimere.

Organizzare non vuol dire imporre omologazioni. Anche perché, nessun serio e competente analista organizzativo potrebbe affermare che esista una organizzazione perfetta. Anzi, la sola pretesa di realizzare una “organizzazione perfetta” è pericoloso perché ha lo scopo di promuovere sentimenti di inadeguatezza e di fare apparire ogni soluzione, anche la migliore, come un rimedio rispetto a ciò che sarebbe dovuto essere. Non solo la pretesa di trasformare le persone reali in figure ipotetiche e irreali non consente di conseguire quel necessario stato di appagamento organizzativo che esercita una funzione premiale e motivante. È evidente che un contesto organizzativo che si sente valorizzato e proiettato verso un risultato conseguibile trova, al suo interno le migliori condizioni per la riuscita. Al contrario, considerare l’organizzazione come un impegno gravoso e non come una opportunità da condividere innesca, inevitabilmente, disaffezione e demotivazione. 

C’è un modo efficace per rendere efficiente un sistema organizzativo, quello di valorizzarne i componenti e orientarli verso il conseguimento di finalità condivise. Si tratta di una tecnica che per dirla con Socrate possiamo definire “maieutica” perché ha lo scopo di aiutare le persone viste come singole unità e la stessa organizzazione intesa come collettivo, il meglio delle proprie capacità. La ricerca del proprio valore da mettere a “patrimonio comune” per il conseguimento di finalità condivise è sicuramente una delle esperienze più motivanti. In questo caso ogni persona viene riconosciuta come individuo e la sua esperienza personale viene considerata come un bagaglio da cui si possano trarre utili benefici a vantaggio di tutti. 

Abbiamo già avuto modo di evidenziare quanto sia ingiusto e limitante considerare le persone come “risorse” cioè come fattori della produzione, interscambiabili, allocabili e valorizzate in termini di costi. Una organizzazione funziona solo se le persone ne condividono la visione. E ciò accade se hanno la percezione di vivere in un contesto che, pur nella dovuta attenzione alle regole comuni e ai fini da perseguire, ne valorizzi la originalità o persino la disponibilità creativa. 

Perché sono le persone che fanno una organizzazione.