La prevenzione in tempi di corruzione

C’è un tempo per ogni cosa. Non solo perché lo afferma il libro sacro dell’Ecclesiaste, ma perché questo esprime un principio di maturità che dovrebbe improntare ogni riflessione che conduca alla scelta di agire, soprattutto se, ad agire, è un’istituzione o lo Stato.
La prevenzione è indubbiamente una scelta di maturità e deve essere promossa in ogni campo. Ma è palesemente evidente che, se ci troviamo di fronte a un fatto che si è verificato, la scelta più razionale è quella di concentrarsi sull’accaduto, provando a contenerne i danni o interrogarsi sulle cause che lo hanno determinato e possibilmente individuandone le responsabilità e le azioni necessarie a prevenirlo.
Ci sono eventi corruttivi, già accaduti, che esprimono in pieno il sistema a cui appartengono e sono l’esito di legami profondi e radicati in tutti i settori dello Stato. Sono così radicati da apparire come normali e necessari, tanto da essere fonte di “economie sommerse” e da orientare consenti, eleggere rappresentanti politici e insediare funzionari e dirigenti nei posti chiave delle istituzioni, anche quelle centrali.
Il fenomeno è grave e profondo. E per affrontarlo servono interventi “seri” capaci di incidere a fondo, proprio là dove hanno colpito: il senso dello Stato.
Se si vuole fare prevenzione, ma davvero, bisogna partire dalla costruzione del senso dello Stato e riconoscere che in quel principio può risiedere l’argine più forte nei confronti del degrado istituzionale. E si può fare ciò cominciando a evitare il “pettegolezzo istituzionale” di chi disegna la pubblica amministrazione “tutta” come pervasa “solo” da “politici corrotti”, “enti inutili”, “fannulloni”, figure “da abolire”, dipendenti da licenziare, ecc, piuttosto che promuovere la “buona amministrazione” e i “valori istituzionali”.
E invece si propone, come rimedio, un sistema di autorità, ispettori, commissioni, produzione di circolari, linee guida, atti correttivi di atti già corretti o in fase di correzione, non è la soluzione, ma rischia di diventare un problema altrettanto grave.
E’ vero, c’è la corruzione, ampia e diffusa e bisogna intervenire immediatamente. Ma ci sono vastissime schiere di dipendenti, funzionari, dirigenti e amministratori appassionati che lavorano e rischiano (senza percepire i compensi di chi li controlla o li sanziona) per dare una svolta a questo Paese, ma non trovano né strumenti, né alleati, né interlocutori.
Magari, in un contesto distratto che lascia decadere condanne e condannati, questi, invece, vengono persino sanzionati (loro sì!) se, sommersi da emergenze, anche di carattere sismico, si trovano costretti a forzare la coltre di norme stratificate e “correttive” di se stesse o persino ad approvare un “piano anticorruzione copiato dal proprio piano dell’anno precedente”.
Questa non è nemmeno prevenzione. E’ ben altro che non dico per non cadere nel pettegolezzo.
Ma è anche “pettegolezzo” quello di chi, dall’alto delle istituzioni, racconta la pubblica amministrazione, non per ciò che fa (nonostante tutto), ma come una classe indisciplinata che “ha copiato”. C’è da aspettarsi che, prima o poi, chiedano a un sindaco di “venire accompagnato dai genitori”.
La questione è seria e richiede serietà rispetto verso le istituzioni.
Se la ruggine pervade una struttura di acciaio fino a minarne la stabilità, la cosa più stupida che posso fare è coprirla con la vernice antiruggine. Quella sarebbe una bella decisione di “prevenzione”, ma avrei dovuto farlo quando la struttura era sana, non adesso.
Anzi, adesso, aggraverei la situazione, fino al ridicolo, se, lasciandola come si trova, mi concentrassi sul tipo di vernice, il tipo di pennello, la progettazione delle parti da dipingere e… persino sulle sanzioni nei confronti di chi non passa la mano di vernice. Intanto la struttura marcisce, crolla e magari colpisce l’unico che era rimasto lì a crederci (quello che faceva prevenzione), mentre gli altri sono fuggiti.
Non si tratta di stare dalla parte della prevenzione o della repressione (queste contrapposizioni da talk show le lasciamo agli stupidi e ai giornalisti). Si tratta di essere in grado di fare un’analisi “vera”, che tenga conto del “contesto” e dei rischi reali.
Le teorie manageriali (ma lo sanno anche le massaie) ci insegnano che in un contesto che disperde o che si dimostra compromesso, ciò che serve “prioritariamente” è intervenire per chiudere le falle o rafforzare la struttura.
Fuori dalla metafora: se si vuole combattere la corruzione, in Italia, bisogna indagare dov’è c’è già, non dove ci potrebbe essere.
Ci sono ampi settori delle pubbliche amministrazioni in cui tutti sanno che si annida la corruzione o che comunque sono ad alto rischio: la gestione delle discariche e dei rifiuti, le slot machine, i farmaci, i cimiteri, il sistema retributivo e pensionistico di alcune istituzioni, i concorsi universitari, gli appalti centralizzati, la gestione del credito e gli investimenti bancari, gli incarichi ministeriali, ecc.
Sono ambiti nei quali, le persone in buona fede, si aspetterebbero un impegno attraverso la repressione e persino con azioni di prevenzione, ma non accade nulla.
La prevenzione ben venga, anzi è necessaria, ma deve essere affiancata dalla repressione.
O comunque, lo si faccia per il rispetto che si deve alle istituzioni, la prevenzione non sia intesa come “uno studio” o un “compito in classe”, ma come pianificazione e individuazione di azioni e comportamenti.
E perché ciò avvenga è necessario che chi fa prevenzione, sappia di fare parte di una rete che lo sostiene, altrimenti è soltanto un “fusibile” pronto a saltare alla prima occasione.

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