Anticorruzione, efficienza ed economicità

La corruzione in Italia è un fenomeno dilagante. E’ per questa ragione che è stata istituita l’Autorità nazionale anticorruzione. Tuttavia, dal 2012, anno di insediamento della nuova autorità non si hanno segnali di contenimento del triste fenomeno. Certamente non è colpa dell’ANAC. Semmai la questione attiene alla radicalizzazione delle devianze, ormai ritenute normalità, e del convincimento che tutto ciò sia possibile proprio grazie alla “funzionale” inefficienza del sistema giudiziario.

E’ evidente, infatti, che se il nostro Paese avesse voluto realmente combattere la corruzione avrebbe dovuto iniziare la sua battaglia proprio rafforzando la funzione giudiziaria: assicurando che le denunce di corruzione fossero prese in esame, che quelle fondate portassero all’avvio di processi, che i fatti accertato portassero a condanne effettive. Ma così non è stato. Mentre abbiamo notizia di fatti gravi corruzione acclarata che rimangono impuniti o persino “protetti” da sistemi politici e istituzionali, si apprende di un accanimento nei confronti del sistema amministrativo, come se il dilagare del malaffare dipendesse dalla predisposizione di un modello o di un piano, in formato originale.

Sia chiaro, la pianificazione degli interventi di prevenzione, ha avuto una funzione importante perché ha messo a tema il bisogno di riaffermare le regole e la conformità degli atti alle disposizioni normative. Ma arrivare a richiamare chi “copia il proprio piano dell’anno precedente” (è successo anche questo) o chi, avendo più di un ente, erroneamente riporta in calce il nome sbagliato (anche questo è successo) non giova alla credibilità dell’azione di prevenzione.

La prevenzione della corruzione non è un protocollo, ma una cultura. E perché ciò avvenga c’è bisogno di condivisione e complicità. L’ANAC dovrebbe creare una rete di complici composta dai responsabili della prevenzione, fornendo loro protezione e assistenza e cercando di fare sistema e squadra. Invece, mentre il sistema giudiziario si dimostra disattendo con i corrotti, l’Autorità manifesta atteggiamenti formalistici e sanzionatori nei confronti dei propri rappresentanti presso le amministrazioni, creando l’opposto di ciò che si vuole ottenere. Il risultato di questo strano clima è la paralisi amministrativa.

Già la costruzione “accademica” del “conflitto di interessi”, inteso come situazione che obbliga all’astensione (e non al rafforzamento delle misure di trasparenza e imparzialità) ha fornito un valido alibi a chi non vuole intraprendere procedure complesse e immobilizzato gli uffici periferici dove è “naturale” (e non sospetto) avere legami di parentela o frequentazione. Certamente le collusioni debbono essere combattute, ma è grave ritenere presuntivamente che vi siano, anche dove non ci sono, creando un clima di sospetto diffuso e di invito a “non fare”.

Per effetto di questo clima, che premia chi non lavora e non intende esporsi, l’obbligo della “continuità dell’azione amministrativa” è stato sostituito dall’obbligo di “astensione”, con il risultato che piuttosto che fare nel modo corretto è preferibile non fare per non esporsi a rischi.

La cieca foga preventiva, progettata da chi non ha esperienza del quotidiano delle amministrazioni pubbliche ha portato persino a fare prevalere l’obbligo del ricorso al mercato elettronico anche se il bene da acquistare con quel sistema risulta più costoso o di minore qualità. Quest’ultima considerazione è stata prodotta persino da una sezione della Corte dei Conti che, invece di far prevalere il principio della economicità dell’azione amministrativa, ha ribadito la primazia della prevenzione al di sopra di tutto.

Il risultato di questa modalità scellerata di intendere l’azione amministrativa, come è noto, ha portato persino al blocco della fornitura delle “casette” ai terremotati perché, anche in quella circostanza si è avvertita come prioritaria la conformità a regole e protocolli della prevenzione, rispetto ai bisogni di una collettività che, a seguito dell’evento sismico chiedeva tutela allo Stato. Ma questo in virtù di regole e linee guida ministeriali non è stato in grado di rispondere come il buon senso avrebbe voluto. E tutto ciò è accaduto mentre, proprio nei palazzi romani, si avviavano inchieste su interferenze negli appalti della più grande centrale di acquisiti o nella Banca d’Italia, per leggerezza nei controlli.

Insomma, il formalismo diventa un’arma spietata con le piccole cose e si affievolisce sui grandi affari. E’ sorprendente. Basterebbe averse studiato un po’ di economia per comprendere che un certo Pareto aveva illustrato una semplice teoria per la quale, se di vuole combattere un fenomeno è razionale isolare le questioni più gravi che, una volta risolte, per contaminazione possono contagiare l’ambiente circostante.

Certo è che la prevenzione della corruzione (di cui si avverte realmente il bisogno) non può essere condotta in modo da intenderla come il nemico dell’efficienza e dell’economicità. Se così si continua a fare si corre un grave rischio perché si spinge la gente a trovarsi nella scelta tra formalismo e corruzione, con il grave rischio che, per ottenere risultati concreti opti per la seconda scelta.

Il primo passo per la prevenzione della corruzione deve essere di tipo “logico” e non burocratico. Per esempio, attribuendo priorità alla continuità dell’azione amministrativa e chiamando a responsabilità chi la sospende. Anche rivedendo il sistema del conflitto di interessi (e possibilmente estendendolo anche alla componente politica che, stranamente, per effetto di un orientamento dell’ANAC, 95/2014, viene escluso) pretendendo che, invece dell’astensione, si attivi un sistema di incremento delle misure di trasparenza e imparzialità. Ma soprattutto liberando il sistema degli appalti della complessa rete di lacci e lacciuoli che impediscono il ricorso agli affidamenti nei tempi in cui sono necessari e creano un sistema dove si rispetta la forma a discapito della sostanza.

So bene che può apparire banale, ma nella semplicità si possono nascondere le soluzioni migliori, ma in considerazione del fallimento (mi si consenta) del sistema di approvvigionamento centralizzato che non ha portato le economie sperate e ha concentrato alcuni interessi “poco nobili”, sarebbe opportuno fare prevalere, in occasione degli affidamenti due importanti principi: 1) l’economicità 2) il controllo della prestazione.

Chi opera realmente nelle pubbliche amministrazioni sa bene che nel secondo punto si nasconde la vera fonte della corruzione. Sono infiniti i casi di prestazioni rese in modo non conforme, ma liquidate senza problemi da funzionati collusi. Ed è proprio questa disattenzione che assicura un terreno fertile al crimine. Il crimine, quello vero, non si preoccupa di vincere le gare: aspetta che qualcuno si aggiudichi un appalto e poi interviene obbligandolo a ricorrere ai propri fornitori, riducendo la qualità della prestazione. Tutto ciò è possibile perché non c’è un controllo (nemmeno da parte di ANAC) sulla regolarità dell’esecuzione dei contratti.

Il primo principio, quello della economicità, dovrebbe essere il solo a essere preso in considerazione: se una prestazione è realmente conveniente, cioè a parità di qualità, non può essere scartata per altre ragioni. Perseguire la qualità della prestazione e la sua economicità chiunque la proponga (attribuendo responsabilità a chi predispone il capitolato ed effettua i controlli) è la strada più immediata per ridare vita al sistema dei contratti, nel rispetto del principio costituzionale della “opportunità”.

Non c’è da scandalizzarsi. Semmai dovremmo scandalizzarci al pensiero che il rimedio attuale è ormai peggiore del male.

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