quale leadership? Troppi capi senza gruppi

Premier, leader, presidente, dirigente, capo… sono tutti termini ricorrenti che dovrebbero rappresentare una posizione all’interno di un gruppo, quindi un “leader”, ma molto spesso raccontano una solitudine o persino un capriccio, quello di prevalere. Se apriamo il vocabolario (si dice così anche se si usa il web?) e proviamo a cercare il significato del termine leader troviamo due diverse definizioni:

1) Capo, guida di un partito o di uno schieramento politico o sindacale o di un movimento culturale; estens., chi occupa una posizione di prestigio o di primo piano: il l. del gruppo musicale; un’azienda che è l. mondiale nel suo settore; anche come agg. ( invar. ). “azienda l.”

2) Nel linguaggio sportivo, il concorrente che è al primo posto in classifica durante la disputa di un campionato o di una gara in più prove (per es. una corsa ciclistica a tappe); anche, il cavallo che è in testa in una corsa per tirare la gara ad un compagno di scuderia.

Si tratta di due definizioni che esprimono concetti diversi, persino opposti: Il primo (il capo) ha il compito di guidare e fare in modo che… qualcuno lo segua; il secondo (il primo in classifica) ha il compito di mantenere la distanza con tutti, soprattutto con il secondo e assicurarsi che… non lo segua nessuno da vicino.

“le parole sono importanti” come affermava il personaggio di Nanni Moretti nel film Palombella rossa. E in questo caso non è indifferente sentirsi “a capo di un gruppo da guidare” o “il primo di un elenco di concorrenti”. La questione si complica se si cede alla tentazione contemporanea della “modello competitivo”, quello che porta a ritenere che “chi vince ha ragione” e “chi perde ha torto”.

Non so se è per questa ragione che viviamo in un sistema dove tutto va a rotoli, ma c’è qualcuno che indossa i galloni del “vincitore”. Di che cosa?

Anche le ultime elezioni amministrative hanno visto brindisi e bottiglie di champagne, come se si brindasse alla vittoria di un gran premio o di un campionato, dall’alto di un podio. Qualcuno spieghi a questi “competitor” che si tratta di un film diverso.

Il leader (non di una classifica, ma ) di un gruppo, di una coalizione, di una amministrazione, di un governo, non sono chiamati per “vincere una competizione”, ma “per amministrare”. Potremmo dire che i leader del secondo tipo (i primi in classifica) quando vincono hanno raggiunto lo scopo e ultimato la missione, mentre nelle organizzazioni o in politica è il contrario: chi viene eletto o nominato, non è uno che ha vinto qualcosa, ma qualcuno che deve cominciare a dimostrare di essere all’altezza del nuovo compito.

Viste le condizioni in cui si trovano le amministrazioni (senza risorse) e le organizzazioni (senza motivazione) il leader organizzativo non deve sentirsi “uno che ha vinto e che può fare da solo”, ma uno che ha bisogno di sostegno e condivisione.

Chi è a capo di un’organizzazione deve spostare l’attenzione dalla sua persona ai valori di riferimento, per assicurarsi di mantenere intorno a sé non i fedeli e gli asserviti (poco utili al governo dei problemi organizzativi) ma i collaboratori motivati, gli esperti e i professionisti capaci di proporre soluzioni.

Se invece il “capo” si sente “leader” senza avere il merito di sapere guidare, cade nel copione della “competizione” per la quale è utile solo chi la pensa come lui, chi ha un pensiero diverso è un nemico, ogni espressione libera è una minaccia. E come dice il Marchese del Grillo: “io so’ io, e voi non siete un c…”. O persino :”facciamo come dico io perché ci metto la faccia!” in questo caso verrebbe da rispondere: “tu ci metti la faccia, ma noi tutti non intendiamo metterci… (lascio a voi completare la frase e mi scuso per la volgarità dell’espressione, che però rende l’idea).

Dobbiamo stare attenti nella scelta dei nostri leader, anche perché, non tutti, una volta saliti sullo scranno, sono disposti a scendere.

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